Blog, Poesia

Rumori informi,
acquerelli senza contorni
su tela nera.
Il pennello per terra senza vita.

Mi giro e mi rigiro
sul cuscino sgualcito,
le lenzuola calde ad avvolgermi.

Un respiro. Un attimo. Un ricordo.

È domenica.

Sei lì. Nudo. Dormi.
Profumi di buono.
Sorridi.

“Sei un grillo”. Dirai.
Mi riaddormento ridendo.

Blog, Letteratura

Antoine era seduto sui gradini polverosi, ai piedi del palcoscenico, mentre Marianne volteggiava nel suo meraviglioso abito di scena.
I lustrini e le piegoline del tulle si staccavano e prendevano vita, sempre più velocemente ad ogni giravolta.
Antoine lavorava al Tabarin ormai da sei mesi e aveva visto ballare tante volte Marianne.

Quel giorno però fu diverso, quel giorno fu un sogno.
Marianne lo prese per mano e si ritrovarono a danzare insieme al centro di una stanza.
Il camino era acceso e il fuoco scoppiettava allegro, illuminando i colori dei libri su mensole dal sapore antico.

Sulla poltrona del nonno un gatto enorme sonnecchiava beato mentre, dal tappeto carminio, un cane molto più piccolo di lui lo puntava sospettoso.
Il grammofono sulla credenza continuava a vibrare di quella musica che tutto abbracciava intorno.

Anche le perle della nonna, nella scatola aperta sul comò, sembravano muoversi a tempo nella luce del fuoco mentre le tende, ricamate e candide, si piegavano in un nobile inchino.

Dalla finestra gargoyle curiosi sbirciavano all’interno, la musica continuava e Marianne e Antoine si perdevano l’una nel profumo dell’altro.

Il giovane si sentì scuotere dolcemente, le prove erano terminate e Marianne era china su di lui, luminosa seppur dal volto stanco. “Ti sei addormentato, avevi un viso cosi beato, cosa sognavi?”, chiese con un sorriso. Antoine non le rispose.

Si limitò a sfiorarle le labbra con uno di quei baci con cui l’accoglieva quando, esausta, tornava nel camerino dopo ogni spettacolo.
Baci piccoli, dolci, appena accennati.
Poi si alzò, prese il secchio, luccicante anch’esso, e cominciò a pulire i gradini polverosi su cui aveva sognato quella normalità che, a chi lavorava al Tabarin, sembrava negata da un destino distratto.

Dal lab di scrittura Maledetti Vivaci

Blog, Letteratura

“Dopo aver analizzato fatti e testimonianze questa corte dichiara Martin Stevenson un fallito!”. Il rumore del martello del giudice cadde fragorosamente sul tavolo.

Martin si svegliò di colpo pensando che fosse scoppiato un temporale. Guardò fuori. Splendeva il sole. Era una bellissima giornata di dicembre.

Si era addormentato sulla sua scrivania di mogano, piena zeppa di libri e vinili, un foglio stropicciato fra le mani. Rilesse quella implacabile sentenza. Un fallito.

Così si chiudeva la lettera di Kate, dopo un preciso elenco sulle cose che lui non era stato in grado di portare a termine. Spaziava dalla tegola rotta sul tetto fino ad arrivare alla carriera artistica e agli spettacoli incompiuti.

Sembrava una delle sue liste della spesa in cui non si limitava a scrivere cosa comprare ma anche il colore della confezione, la grandezza, il peso e finanche la posizione esatta nel supermercato.

Martin si alzò, accese l’albero di Natale, criticato anche quello al punto dieci della lettera, e si mise in ascolto del silenzio.

Poi cominciò ad allargare i suoi libri negli scaffali lasciati vuoti, passò in cucina e si fece un caffè usando la macchina espresso, come piaceva a lui.

Fu la volta della camera da letto dove riempì i vuoti lasciati, allargando camicie e pantaloni, stipati in quell’unica anta concessagli.
Tornò nello studio, accese il giradischi, si sedette alla scrivania con il caffè fumante e aprì il notebook.

Passarono ore, giorni, settimane.
Dopo tre mesi, Kate stava passeggiando in centro con un rumore assordante di tacchi e il suo sguardo cadde distrattamente sulla bacheca del Teatro principale della città. La locandina era molto bella. Lo spettacolo si chiamava “Finalmente mia!”.
Lesse il nome del regista e trasalì barcollando: “MARTIN STEVENSON: DECIMA REPLICA”.

IV lezione lab di scrittura Maledetti Vivaci

Blog, Letteratura

Entrai dentro casa di corsa, come una furia. Mi tolsi la scarpa col tacco, quella rossa, la mia preferita e la tirai contro lo specchio.

Lo ruppi in mille pezzi quel maledetto.
E poi…poi mi specchiai. Dal centro alla periferia del cuore mi osservai in quei triangoli rugosi, cicatrici che continuavano ad estendersi e a frantumarsi.

Il mio viso, i vestiti a brandelli, forse anche l’anima, forse ogni singolo organo del mio corpo. Mi sembrava di vederli.
Tutto era in frantumi e io cominciai a ballare.

Un ritmo lento, seducente, mai sentito prima.
Fu allora che mi resi conto di non essere sola.
Dallo specchio uscì lei. Il vestito a brandelli e il viso rugoso.

Al piede aveva la scarpa rossa, quello con cui avevo rotto il vetro, la mia preferita. La sua preferita.
Seguiva i miei passi, lentamente, eravamo un unico movimento fluente.
L’abbracciai. La volevo. Volevo lei, volevo me.

Sesta lezione del lab di scrittura Maledetti Vivaci.

Blog, Letteratura

Antoine aveva sedici anni quando andò a lavorare in uno di quei locali di Pigalle. Hai capito quali, no? Dai che hai capito. Vabbè te lo dico nell’orecchio.
Che fai diventi rosso? Non ti facevo così timido con quel boa fru frù con cui ti esibisci tutte le sere.
Allora continuo il racconto o vuoi che smetta? Ok continuo. Antoine aveva due fratelli piccoli, il padre passava più tempo nei bordelli che a casa e sua madre, povera donna, sapessi quanto era bella da giovane, ora si arrangiava come poteva, se mi capisci.
Un amico disse ad Antoine che nel locale dove lavorava cercavano un tuttofare e lo presentò al proprietario, uomo scaltro e viscidissimo, che fu subito affascinato dalla bellezza efebica del giovane e lo assunse. La sua bella presenza avrebbe sollazzato le ballerine.
Così Antoine cominciò il suo primo giorno di lavoro.
“Ballerine”, gridava bussando sulla prima porta.
“Siamo pronte”, gridarono voci argentine e ammiccanti.
“Ballerine”, gridò ancora bussando sulla seconda porta.
“Siamo pronte”, gridarono dall’interno. Stavolta le voci erano un po’ meno squillanti e Antoine non sapeva cosa aspettarsi. Tuttavia in quel luogo aveva imparato da subito che la meraviglia aveva abiti diversi dal solito.
Pensieroso corse verso la terza porta e di nuovo gridò:”Ballerine”. Dall’altro lato silenzio. Antoine bussò ancora e ancora gridò:”Ballerine”. Nessuno rispose.
Il ragazzo esitò un attimo e, dapprima, poggiò l’orecchio sulla porta alla ricerca di qualche rumore, poi piano piano entrò. “Ballerine” disse stavolta quasi sottovoce, per paura di disturbare.
Una volta dentro Antoine si guardò intorno e vide un groviglio di tulle dal quale spuntava una testa bionda con i capelli raccolti.
Lo chignon si mosse e apparvero due occhi azzurro cielo; il suo cuore giovane e ardente ne fu stregato.
Antoine si accorse subito che le lacrime rigavano il viso dell’angelo lievitato dal tulle.
Istintivamente avvicinò la mano e subito la ragazza, che non doveva avere più di quattordici anni, la prese dolcemente e se la portò al cuore.
Puoi immaginare cosa quel gesto provocò nelle zone basse di un adolescente in calore, vero? Dai mi diventi di nuovo rosso? Su stringiti quel boa che fra poco tocca a te andare in scena.
Antoine e la fanciulla senza nome rimasero immobili, un’unica linea sottile e tremolante li legava. Forse un filo rosso? Chissà.
“Ma dove diavolo è finita Marianne?”, si sentì imprecare dal corridoio.
“Antoine, Antoine. Maledizione, è sparito pure lui”.
Le urla svegliarono improvvisamente Antoine dall’estasi in cui giaceva da qualche minuto. Guardò la ragazza, che nel frattempo aveva continuato a piangere e la pregò:”E’ il mio primo giorno di lavoro, se non raggiungi il palcoscenico sarò licenziato”.
Marianne si staccò da lui e velocemente si rifece il trucco, aprì la porta e gridò verso il corridoio:”Sto arrivando”. Poi si voltò verso Antoine e disse:”Perché lavori qui? Lui, sorpreso dalla domanda, rispose:”Per aiutare la mia famiglia”. Lei sorrise e disse:”Anche io! Piacere di conoscerti Antoine del Tabarin.”
Da quel giorno tutti lo chiamarono così.
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Terza lezione del laboratorio di scrittura Maledetti Vivaci
Immagine Henri de Toulouse-Lautrec – Ballerina Seduta
Blog, Letteratura

Ieri sera ho attraversato quella strada, proprio lì dove c’era il cinema in cui tante volte ero stata in passato.

Un cinema di nicchia, d’essai li chiamano, in cui si vedevano i film che non avremmo mai trovato nelle grandi sale, film per pochi, per uomini di cultura con gli occhialetti tondi e donne dai vestiti attillati sugli anfibi di gomma.

Ci andavamo anche noi curiosi, noi che amiamo un certo tipo di emozioni, noi che spesso piangiamo tra i sedili scomodi.

Mentre guidavo, stanca e assonnata, il mio sguardo vagò dal cinema, con i suoi ricordi ancora vivi, verso la pizzeria di fronte.

Fu allora che lo vidi.

Se ne stava nell’atrio del suo locale, proprio al centro, i piedi ben piantati per terra, il grembiule legato in vita, il cappello da cuoco in testa. Era lì che aspettava, solo.

Mi montó una grande rabbia. Sentii il cuore battere forte. Le lacrime facevano capolino ma le respinsi indietro. Dovevo guidare, non era il momento dei convenevoli lacrimosi con me stessa.

Continuavo però a vedere quell’immagine che annegava tra i pieni e i vuoti di questa maledetta pandemia. Tra i silenzi di chi si è arreso e le proteste di chi vuole andare avanti.

Mi sarebbe piaciuto fermarmi e dirgli: “Beh che aspetti? Impasta quella massa e fammi la mia pizza preferita, quella con le melanzane gratinate.
Subito, adesso! Riempiamo questi vuoti e svuotiamo la paura, proprio lì di fronte, nel mare, a secchiate, lasciamo che lui se la porti finalmente via.”

Non mi fermai. Tornai a casa. Aprii la porta e mi buttai sul divano. Ero esausta e arrabbiata.

“Voglio scendere da questa giostra”. Fu questo l’ultimo pensiero della mia giornata.

Laboratorio di scrittura Maledetti Vivaci-seconda lezione.

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Iniziai quell’esercizio: seduta a terra con le gambe incrociate, guardai la luce della candela che avevo acceso in fretta, cambiando idea mille e mille volte ancora.

Così, mentre la fiamma vibrava, presi a fissarla senza muovere un solo atomo dell’istante di vita in corso.

Quando le lacrime cominciarono a scorrere dagli occhi stanchi alle guance, giù giù fino ai luoghi del piacere supremo, fu allora che smisi di guardare la luce di quel cero perchè la fiamma cominció a guardare me.

Un occhio sbatteva le palpebre e fissava proprio me, inerme, spaventata. Ogni organo del mio corpo sembrava essersi dissolto, risucchiato dalla luce di quello sguardo.

Quando ho iniziato volevo prendere, ora ero io a essere presa.
Ero io la preda di quel guardare, nuda di tutto ciò che mi dava vita, prima di quel momento. Nella luce si persero le certezze, la volontà, i dubbi e le paure.

Fu un attimo. La passione mi travolse e poi più niente. Pace. Silenzio.
Aprì gli occhi e ripresi così il mio guardare.
La candela era ancora lì, la luce si faceva poco a poco più fioca.

Mi sdraiai per terra cercando di dare un nome a ciò che era successo.
Non ci riuscì mai.
Forse è stato meglio così.
È quando ci ostiniamo a dare un nome alle cose che la cera si consuma e la luce si spegne.

Maledetti Vivaci – corso di scrittura – prima lezione

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Ti attendo, con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo duro e dritto davanti a me.

A chi voglio raccontarla…

Tu lo sai che, come al solito, arriverai quando sarò seduta davanti al mare con gli occhi persi nei sogni della mente e del cuore.

Mi prenderai alle spalle e mi abbraccerai con le tue mani fredde che riusciranno a gelare tutte le lacrime sul mio viso salato.

A chi voglio raccontarla. È sempre la stessa storia.

Ti urlerò contro che mai più ripeterò lo stesso errore, che finalmente ho imparato la lezione.

Quale lezione mi chiederai, a non amare, a non appassionarti, a non incuriosirti?

Ti risponderò di no. Continuerò ad amare, ad appassionarmi e a incuriosirmi e mai mi vergognerò di aver fallito ancora una volta.

Laboratorio di scrittura Colori Vivaci Magazine del 28/09/2020.

La luce guida delle nostre penne.

Blog, Letteratura

Forse non è tardi per disporre in modo diverso i pezzi intorno a me.

Questo pensavo seduta per terra con le gambe incrociate nello studio del mio psicologo.

Il tappeto persiano, rosso carminio, pungeva contro i pantaloni leggeri di un’estate che resisteva al passare del tempo.

Guardavo gli oggetti che io stessa avevo distribuito e seguivo le istruzioni. “Come li sposteresti?” mi chiese Francesco.

Ho provato paura, sapevo che il mio corpo avrebbe dato la risposta giusta, che li avrebbe spostati esattamente dove essi dovevano andare.

Ma io ero pronta ad accettare questi cambiamenti?

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Esercitazione Lab di scrittura di Colori Vivaci.

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Eccomi come sempre di fronte a te. Sei arrabbiato e io pure.

Mi siedo e subito sento le gocce salate che invadono i capelli. Esclamo: “Domani dovrò lavarli. Non importa ne vale sempre la pena”.

“Cosa?”, mi chiedi.

“Essere abbracciata da te quando sei arrabbiato, quando sono arrabbiata. Tu lo sai, io lo so, quando c’è qualcosa che non va ci vuole il vento che spazza via le parole che non vogliamo dire, che non vogliamo nemmeno pensare”.

Oggi é uno di quei rari casi in cui non mi dispiace non avere una penna, non serve fermare le parole sulla carta. Serve invece farle volare via.