Blog, Poesia

La passione bruciava sui binari

E il treno che ti portava via da me arrivò.

Un lieve bacio.

Tu verso il mondo

Io avvolta dalla città.

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“Tacitamente nevica sui rami, sui campi muti; e tutto imbianca un gelo, tutto agghiaccia un oblio. Par che dal cielo piova silenzio, e pare un sogno il mondo. (Giovanni Marradi)

“Egli sparge la neve come uccelli che discendono, come locusta che si posa è la sua caduta. L’occhio ammira la bellezza del suo candore e il cuore stupisce al vederla fioccare”. Quasi con gli occhi stupiti di un bimbo, il Siracide (43,17-18), sapiente biblico del II secolo a.C., con queste parole contemplava una nevicata su Gerusalemme e sul deserto di Giuda. Con gli stessi occhi noi tutti da bambini stavamo col naso incollato alla finestra assistendo al distendersi di questo manto candido sul creato. E con la stessa intensità anche i versi di Giovanni Marradi (1860 1922), poeta livornese, riproducono davanti ai nostri occhi un’esperienza che in varie aree del nostro paese si sta ora ripetendo. E’ soprattutto un’esperienza di silenzio: la neve non ha il fragore del temporale o il picchiettare della pioggia battente, è tacita e genera attorno a sè un alone di quiete, anche perché le auto non possono più sfrecciare e i rumori si attutiscono.

“Non uscire di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare nemmeno, sii assoluto silenzio e solitudine.” Era il grande Kafka a lanciare questo appello che facciamo nostro. La neve è un segno di candore; il bianco è come il silenzio perché nulla vi è scritto; eppure sappiamo che è la sintesi di tutti i colori. Riflettere, meditare, contemplare sono atti silenziosi che si aprono però sulle parole più importanti, sulle azioni decisive, sul mistero che è in noi e che oltre noi.

Dal Foglio Santa Fara del 8 Gennaio 2017.

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Avvolta nel colore del mare
placo l’ondeggiare dei pensieri,
nei tuoi occhi il mio amore,
nelle tue mani il mio cuore.

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É tutto qui….solo una questione di abbracci…<3bh6hug

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Prendimi adesso baby qui come sono
Stringimi forte, prova a capire
Il desiderio è forte è il fuoco che respiro
L’amore è un banchetto sul quale ci sfamiamo

Avanti ora prova a capire
Come mi sento quando sono nelle tue mani
Prendi la mia mano, vieni al riparo
Loro non possono ferirti ora
Non possono ferirti ora non possono ferirti ora
Perché la notte appartiene agli amanti
Perché la notte appartiene al desiderio
Perché la notte appartiene agli amanti
Perché la notte appartiene a noi

Ho dubbi quando sono sola
L’amore è uno squillo, il telefono
L’amore è un angelo travestito come desiderio
Qui nel nostro letto finché mattino arriva
Avanti adesso prova a capire
Come mi sento sotto il tuo comando
Prendi la mia mano mentre il sole tramonta
Loro non possono toccarti ora
non possono toccarti ora, non possono toccarti ora
perché la notte appartiene agli amanti

Con l’amore dormiamo
Con dubbio il circolo vizioso
Gira e brucia
Senza di te non posso vivere
Perdona, questo desiderio acceso
Io credo che sia ora, troppo vero di sentire
Cosi toccami ora, toccami ora, toccami ora
Perché la notte appartiene agli amanti

Perché stanotte ci sono due amanti
Se crediamo nella notte, ci fidiamo
Perché stanotte ci sono due amanti…

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Mi piace l’idea di augurarvi Buon Anno a partire da queste parole di Papa Francesco.

La tenerezza possa in questo 2017 renderci docili, renderci amorevoli. Possa aiutarci a instaurare rapporti autentici, fatti non di apparenza ed egoismo ma di abbandono consapevole all’altro.

Auguri a tutti!

Dall’Amoris Laeititia  di Papa Francesco.

Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta anche un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: la tenerezza.

Ricorriamo al dolce e intenso Salmo 131. Come si riscontra anche in altri testi, l’unione tra il fedele e il suo Signore si esprime con tratti dell’amore paterno e materno. Qui appare la delicata e tenera intimità che esiste tra la madre e il suo bambino, un neonato che dorme in braccio a sua madre, dopo essere stato allattato. Si tratta – come indica la parola ebraica gamul – di un bambino già svezzato, che si afferra coscientemente alla madre che lo porta al suo petto. E’ dunque un’intimità consapevole e non meramente biologica. Perciò il salmista canta:”Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre”.

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Gioia Albano, artista che dipinge la maternità.
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Ho sentito parlare per la prima volta di Gianna Jessen leggendo il libro Bianco Sangue di Paolo Cilfone, uscito ad agosto, in cui si parla dell’interruzione di gravidanza in termini molto vicini, se non uguali a quelli che Papa Francesco ha utilizzato in questi giorni, ossia in termini di Misericordia…nella vita le cose non succedono mai per caso. Questo libro, che poi è un copione teatrale, è stato donato ai lettori in un momento in cui forse, davvero fino in fondo, si possono comprendere queste parole:

“L’aborto è un gesto non un interruzione.
Chi nasce non muore.
L’aborto non avrà la sua vittoria”.

Nei prossimi mesi, assieme a Paolo Cilfone, mi adopererò affinchè questo messaggio passi con i nostri umili mezzi, la comunicazione, i reading teatrali e lo spettacolo teatrale completo. L’anno della Misericordia è terminato ma ha dato a tutti noi la possibilità di imparare qualcosa da mettere in pratica ogni giorno nella nostra VITA, quella VITA che noi possiamo vivere, che la Jessen riesce a vivere nonostante tutto.

Intanto vi invito a leggere questo link per conoscere qualcosa in più della Jessen che ha iniziato un tour italiano per raccontare la sua toccante storia:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-miracolo-gianna-jessen-sopravvissuta-allaborto-18193.htm

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Non credo che servano giornate dedicate, per ricordare una cosa importante come la violenza sulle donne. Penso bensì che ci vogliano atti concreti, ogni giorno, per proteggere le donne, soprattutto quelle deboli che non possono difendersi. Ho smesso di essere femminista da anni, delle donne non mi fido più da tempo perchè penso che il carrierismo e l’emancipazione che la società ci ha imposto, come conquista da difendere a tutti i costi, abbia distrutto l’essere donna e l’essere uomo. Ci sono tuttavia realtà difficili, realtà di guerra, realtà di tradizioni tribali aberranti in cui la donna non ha diritti di alcun tipo e viene trattata a livello di un oggetto. Sono queste le realtà per cui non posso, non possiamo smettere di combattere. Questa poesia è per tutte voi, indifese, umiliate, distrutte, violate, per voi e per me stessa combatterò sempre.

In quella camera
distolsi lo sguardo da me stessa
cupa la pioggia lacrimava
sulla finestra creando
venature che parevano
pertugi per fuggire felice
dall’oltre tomba dei riflessi.

(Paolo Cilfone)

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