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“Sono sempre stato orgoglioso di Parigi, perché Parigi è la mia città natale. Ogni passeggiata che facevo un tempo per le sue strade, sembrava creare un nuovo legame, invisibile ma forte, tra me e le sue pietre.

Da bambino mi domandavo, come fosse possibile che il semplice nome di Parigi designasse tante cose così diverse, tante strade, piazze, tanti giardini, tante case, tanti tetti e comignoli, e, soprattutto questo, il cielo mutevole e leggero, che corona la nostra città; e più ci pensavo, più mi sembrava sorprendente che una città così grande potesse stare in un nome così breve.

Ripetevo tra me e me quelle tre sillabe che, nella mia mente, assumevano poco a poco un’alone di mistero, perché mi dicevo: come mai la chiamiamo così e non in un altro modo? Ero convinto che a forza di ripetere il suo nome avrei scoperto qualcosa, ma la fine non scoprivo niente, se non che Parigi si chiama Parigi.”

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Finalmente sono riuscita a vedere su Rai Play il film Perfect Days di cui tanto si è perlato lo scorso anno e che ha avuto riconoscimenti importanti. Ebbene, è incantevole. Dura quasi due ore e non pensavo di riuscire a guardarlo tutto ma mi sbagliavo, mi ha preso nel suo abbraccio e non mi ha lasciato fino all’ultimo passaggio.

E’ una sequenza poetica di momenti che si ripetono sempre uguali nella vita del protagonista, interrotti di tanto in tanto da qualche diversivo triste, allegro, comico, buffo o drammatico. Emerge una scelta di vita ben precisa, scandita in attimi goduti intensamente, direi assaporati con gusto.

E’ qualcosa di geniale. Non aspettatevi storie avvincenti o colpi di scena perchè la bellezza, tipica poi dei giapponesi, è che lo strordinario è nell’ordinario. Loro l’hanno capito benissimo, noi brancoliamo ancora in una ricerca ossessiva di clamore ed eccitazione che dura un secondo e poi se ne va.

“Se mai nulla cambiasse sarebbe davvero assurdo” (cit.)