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Sento di volerti raccontare quella prima storia di mare, accaduta lì, al largo, su quella barca, uscita per andare a pescare.

Non lo racconto a tutti quelli che incontro ma ho deciso di dirlo a te. Forse perché i tuoi occhi mi ricordano il mare, forse perché la nostra prima passeggiata fu sul mare.

Dunque la barca arrivó, era l’alba, ero una bambina, indossavo il velo bianco: era la consuetudine per chi veniva iniziato al mare. Anche i miei fratelli e le mie sorelle lo avevano fatto. Erano tutti lì quando toccó a me.

Il mare già rumoreggiava e io salí sulla barca a piedi scalzi, con l’abito di lino della domenica e quel velo bianco in testa.

Silenzio. Solo io sulla barca. Nessun’altro. Si mosse da sola sul mare.

Per portarmi dove mi chiedi? Non potevo saperlo, forse in nessun luogo, forse dappertutto.

Le onde s’infrangevano, non solo sulla barca, le sentivo anche addosso eppure ero completamente asciutta.

Non capivo.

La costa si allontanava, lo sentivo ma mi era stato detto di non girarmi mai a guardare indietro. Solo avanti.

A quel punto ero al largo e sentii nitida quella voce profonda ma paterna: “Chi sono io per te?”. Rimasi ammutolita, per un attimo ho creduto di essere pazza.

Ancora: “Chi sono io per te?”.

Il mare attendeva la sua risposta.

Sentii la mia voce dire: “Tu sei tutto per me”.

A quel punto quasi per magia la barca si girò e tornó indietro.

La mia iniziazione era compiuta: ero anche io sposa del mare.

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Ci sono giorni in cui penso che la felicità si divida in due grandi categorie: quella che fa rumore, come i nipotini che scorrazzano in casa, le onde del mare, la neve che cricchia sotto gli scarponi; e quella che produce silenzio.
In questa particolare categoria rientrano i cieli azzurri, la luce dei pomeriggi d’inverno e la polvere di caffè. Ora, sono molte le persone che hanno parlato del caffè, tra questi il più poetico mi è sempre parso il Pasquale Lojacono di Eduardo De Filippo con il suo monologo del caffè, chiuso da quel “vedete quanto poco ci vuole per far felice un uomo” che sigilla mirabilmente tutto il significato di una tazzina di caffè. Ma il prodotto finito (la tazzina di caffè) è frutto di due momenti importantissimi: la caffettiera sul fuoco – che da sola basta “a riempire una stanza”, secondo un altro illustre scrittore napoletano – preceduta a sua volta dal movimento della polvere. Ecco, questa polvere scura, oltre a possedere tutte le qualità organolettiche della bevanda che tutti conosciamo, ha la capacità – davvero singolare al giorno d’oggi – di essere completamente, assolutamente, incontestabilmente silenziosa.
Si può maneggiare, travasare, toccare, miscelare, annusare perfino far cadere senza che lei emetta un singolo suono. Possiede la stessa magia della neve, quando scende placida sui paesini di montagna nelle sere d’inverno, ma – contrariamente al glauco fenomeno meteorologico – questa magia può ripetersi ogni giorno e in qualsiasi momento: basta avere una casa silenziosa e il momento per un caffè.

Davide Falco

CAFFE-MEMORIA

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O notte più amabile dell’alba, o notte che riunisti l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata.

San Giovanni della Croce

Che sia una Pasqua di trasformazione per tutti, un cammino interiore che ci trasfigura rendendoci luce.

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….il deserto è fiorito…la Pasqua è vicina!

“Gesù allora alzò gli occhi e disse: <<Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato>>” (GV 11,44)

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